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Eruzione del 79 d.C. ad Ercolano: rinvenuti i resti di cervello di una vittima. La scoperta degli studiosi federiciani

Antropologo forense: "un lavoro vivo"

Intervista al prof. Pier Paolo Petrone

 News pubblicata il 11/02/2020
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Ha destato notevole interesse la notizia della scoperta per la prima volta dei resti di cervello vetrificati in una vittima dell’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo ritrovata nel Collegio degli Agustali ad Ercolano. Il New England Journal of Medicine, prestigiosa rivista medica leader a livello mondiale, ha pubblicato i risultati di uno studio condotto dalla squadra di antropologi e ricercatori guidata da Pier Paolo Petrone, biologo ed antropologo forense dell’Università Federico II, cui ha collaborato la direzione del Parco Archeologico di Ercolano. Le indagini di proteomica (disciplina biologica che studia le proteine cellulari) sono state eseguite dai ricercatori del CEINGE-Biotecnologie avanzate, guidati dal prof. Piero Pucci, coordinatore del Laboratorio di Proteomica e ordinario di Chimica Biologica alla Federico II. Hanno permesso di identificare il campione verificato come tessuto cerebrale. L’ipotesi degli studiosi è che l’alta temperatura sia stata in grado di bruciare il grasso e i tessuti corporei, in modo simile a quanto documentato per le vittime dei tremendi bombardamenti di Dresda ed Amburgo durante la Seconda Guerra Mondiale. “Le nostre analisi hanno evidenziato la presenza di acidi grassi tipici dei capelli e di proteine specifiche del cervello - spiega Pucci - e questi dati hanno permesso di identificare in modo inequivocabile il campione come proveniente dal cervello della vittima”. Aggiunge Petrone: “La conservazione di tessuto cerebrale umano antico è un evento estremamente raro, ma è la prima volta in assoluto che vengono scoperti resti umani di cervello vetrificati per effetto del calore prodotto nel corso di una eruzione vulcanica”. Il ricercatore è impegnato da circa un quarto di secolo nello studio dei resti delle vittime dell’eruzione vesuviana e di quella, ancora più devastante, di 4000 anni fa e dirige il Laboratorio di Osteobiologia umana ed Antropologia forense che afferisce al Dipartimento di Scienze biomediche avanzate dell’Ateneo federiciano.
Una missione affascinante
Come un moderno ispettore sulla scena del crimine, effettua rilievi sulle ossa, scatta fotografie e poi esamina con mezzi più sofisticati - radiografie, indagini sul Dna, Tac - i reperti in laboratorio. Il suo obiettivo è di raccogliere il maggior numero possibile di indizi sulle modalità attraverso le quali la lava e soprattutto le ceneri uccisero gli abitanti delle città vesuviane. Una missione affascinante e non priva di risvolti di attualità, perché i dati che emergono potrebbero risultare utili anche a calibrare meglio i piani e le strategie di evacuazione in previsione di una eventuale nuova eruzione.
“Ho iniziato oltre venti anni fa - racconta - ad interessarmi delle vittime del Vesuvio. Prima avevo effettuato scavi e ricerche in posti diversi, per esempio in Marocco ed in Pakistan. L’occasione di immergermi nel dramma del 79 dopo Cristo fu il ritrovamento di decine e decine di vittime sull’antica spiaggia di Ercolano. Si erano rifugiate lì perché...
 
L'articolo continua sul nuovo numero di Ateneapoli in edicola dal 7 febbraio (n. 2/2020)
o in versione digitale all'indirizzo: http://www.ateneapoli.it/archivio-giornale/ateneapoli
 



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