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Convegno annuale di AlmaLaurea Formazione universitaria e sbocchi occupazionali

Calano a picco le immatricolazioni, migrazione di massa verso le università del Nord

L'Italia è ultima in Europa per numero di laureati

 News pubblicata il 06/05/2016
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“La nostra missione in quanto Università del terzo millennio è protesa verso la valorizzazione dei laureati e il loro inserimento nel mondo del lavoro. È necessario un forte impegno da parte del sistema universitario affinché il capitale umano da noi formato possa mettere le proprie capacità di apprendimento a disposizione del territorio. Lavorare insieme con il sostegno del Governo, delle istituzioni locali e delle imprese è l’unica arma per far sì che il futuro dei giovani sia fatto di opportunità e qualità”. Sono parole di speranza quelle che emergono nei saluti di benvenuto del prof. Gaetano Manfredi, Rettore dell’Università Federico II e Presidente della CRUI, al convegno di AlmaLaurea, il consorzio interuniversitario che dal 1994 raggruppa 73 Atenei italiani, organizzato in collaborazione con l’Università Federico II con l’obiettivo di presentare le indagini culminanti nel XVIII rapporto sul profilo dei laureati italiani e sulla loro condizione occupazionale. Il convegno nazionale, che si è tenuto il 27 aprile presso la Stazione Marittima, ha messo in luce alcuni degli aspetti più problematici che riguardano gli sbocchi professionali accessibili ai neolaureati. Sul tavolo la questione del calo a picco delle immatricolazioni in proporzione ai flussi di mobilità territoriale, una cartina al tornasole che riflette il profondo divario socio-economico tra le regioni del Nord Italia e il Mezzogiorno. Malgrado i recenti segnali di ripresa al Sud, “la forbice non si assottiglia”, afferma Ivano Dionigi, Presidente di AlmaLaurea. Che prosegue: “la migrazione al Nord è un problema generale che colpisce anche il Centro, non solo le Università meridionali e le isole. Sono teste che se ne vanno e in questa caduta verticale bisogna aggrapparsi all’Università. Chi, se non l’Università, è chiamata a supplire il ruolo etico, sociale, educativo, laddove la famiglia, la Chiesa e le associazioni non arrivano più? C’è bisogno di una seria politica di diritto allo studio, perché è stata emarginata la parola giustizia”. Secondo i dati OCSE, l’Italia è ultima in classifica per numero di laureati: solo il 24% dei giovani tra i 25 e i 34 anni contro una media europea del 41%. Ciononostante, il paradosso è alle porte, “poiché i dati informano che al 51% dei ragazzi italiani che partecipano al programma Erasmus+ viene proposto un lavoro all’estero – sottolinea il Presidente – a fronte di una media europea del 30%. E questo non avviene solo grazie alle Università ma soprattutto alla scuola secondaria, che forma gli studenti più colti d’Europa”. Nella prima sessione, Marina Timoteo, Direttore di AlmaLaurea, ha introdotto il nuovo rapporto 2016 scaturito da analisi mirate sui questionari compilati da oltre 570 mila laureati di 71 Atenei a pochi anni dal conseguimento del titolo. “Tendenze evolutive in positivo stanno ridisegnando i tracciati istituzionali ed economici delle Università italiane a seguito dei recenti interventi normativi”, tra cui il Jobs Act. “Si intravede negli scenari futuri della globalizzazione un incremento delle possibilità occupazionali, perché la laurea favorisce indubbiamente l’immissione nel circuito del lavoro e garantisce livelli di retribuzione maggiori, quantunque spesso inadeguati al titolo”. Da qui un approfondimento sull’efficacia, ossia la corrispondenza tra il lavoro svolto/prestazioni richieste e la formazione garantita dalla laurea. La prima relazione tecnica, presentata dalla ricercatrice Silvia Ghiselli, illustra i profili distintivi degli studenti che hanno completato il proprio ciclo di studi nel 2015. “Si iscrivono all’Università specialmente ragazzi che provengono da un background familiare più avvantaggiato e hanno frequentato il liceo. Negli ultimi 15 anni, è aumentata la quota di giovani che terminano l’università nei tempi previsti e con votazioni elevate. Dal 2010 al 2015, invece, si è ridotta l’età media alla laurea, è cresciuto il numero dei laureati stranieri, mentre è sceso quello degli studenti lavoratori”. 
Laurearsi conviene 
ma nel Belpaese si 
guadagna il 40% in 
meno che altrove
Perché laurearsi conviene ancora? “All’aumentare del titolo di studio il tasso di disoccupazione si contrae, per cui si mantiene elevata la quantità di laureati alla Triennale che decidono di proseguire la formazione”. Nonostante ciò, permangono sul versante degli esiti occupazionali forti disparità di trattamento a seconda dei gruppi disciplinari e ingenti discriminazioni territoriali e di genere. Nel secondo report, la ricercatrice Claudia Girotti ha analizzato i trend delineatisi sul mercato del lavoro nell’ultimo anno. “Segnali di miglioramento occupazionali e retributivi. Al di là della stabilità contrattuale, i laureati svolgono un’attività lavorativa in armonia con ciò che hanno studiato. Dalla tipologia di contratto dipendono le retribuzioni, più elevate per il gruppo di ingegneria, medicina e quello economico-statistico. Recentemente, si è registrato un ulteriore aumento dei contratti a tempo indeterminato nel settore privato e nell’industria. In ogni caso, è nel lungo periodo che il mercato valorizza i laureati e si determina il passaggio da contratti precari a contratti più strutturati”. In ultima istanza, il ricercatore Davide Cristofori ha esaminato l’aspetto della mobilità territoriale dei laureati per ragioni di studio e di lavoro. “Dal 2003 al 2015, le Università hanno perso nel complesso quasi 70 mila matricole. La forte contrazione degli immatricolati si scontra con il rientro nel sistema universitario di ampie fasce di popolazione di età adulta. Sebbene l’Italia continui a scontare un evidente ‘difetto’ di attrattività rispetto ad altre nazioni, è aumentata però la percentuale di laureati di cittadinanza estera”. Nella seconda sessione, la discussione moderata dal prof. Filippo de Rossi, Rettore dell’Università degli Studi del Sannio, ha scandagliato il tema della mobilità geografica dei laureati a livello internazionale. “Quali sono le motivazioni che determinano la decisione di emigrare nei paesi più sviluppati?”, interviene Sara Binassi, ricercatrice di AlmaLaurea. “Senza alcun dubbio, il beneficio retributivo, le prospettive di guadagno e il trattamento ricevuto. Le indagini dimostrano che a 5 anni dalla laurea i giovani più preparati e motivati che hanno scelto di vivere altrove in Europa o America sono restii a ritornare, poiché essi ritengono complessivamente che le potenzialità acquisite presso i nostri Atenei siano effettivamente apprezzate dal sistema produttivo straniero”. Incisivamente il Rettore de Rossi sottolinea, infatti, che “in Italia i laureati guadagnano il 40% in meno rispetto alla media europea”. Ciò nondimeno, i risultati delle ricerche AlmaLaurea sembrano sfatare alcuni cliché sui reali vantaggi di lasciare il Bel paese. “I migliori vanno via alla ricerca di un guadagno sensibilmente più alto e di condizioni che valorizzino la loro competitività”, conferma il prof. Furio Camillo dell’Università di Bologna. “Ma non si può adottare un’interpretazione unica, poiché bisogna tenere conto delle storie di vita eterogenee di questi laureati e di alcune variabili significative. Una fra tutte, il fatto che la vita all’estero costa di più e forse non conviene così tanto in termini monetari”. Secondo il prof. Giorgio Vittadini dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca, questa variabilità vanifica l’entità del fenomeno migratorio dei talenti fuori porta. “Non si può parlare di ‘fuga di cervelli’, perché i laureati italiani vanno lì dove la loro posizione possa essere ben remunerata. Paghiamoli e rimarranno. Per di più, l’espatrio ha notevoli implicazioni politiche sullo sviluppo nazionale: se esportiamo la formazione migliore ma gli stranieri non vengono a studiare da noi, alcune nazioni potrebbero fare la propria fortuna con il nostro capitale umano”. Di seguito, Elisabetta Marinelli, ricercatrice presso l’IPTS (Institute for Prospective Technological Studies) - European Commission di Siviglia, riporta la propria esperienza di giovane laureata all’estero: “Siamo una generazione immersa nelle reti sociali di informazione e condivisione, propensa a migrare verso le opportunità. Più gente si 
muove e più si muoverà. Ma nessuno torna né il sistema produttivo riesce ad assorbire alcuni profili, ad esempio i laureati in materie non-STEM (scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche). I policy makers dell’Università dovrebbero mettersi a tavolino con il sistema di impresa ed elaborare una strategia culturale, economica e strutturale”. 
Design e tessile da
valorizzare
Il primo ospite straniero a prendere parte al dibattito è il prof. Boike Rehbein dell’Università Humboldt di Berlino, il quale propone come via d’uscita dal baratro una soluzione politica che riconsideri la ‘teoria del capitale umano’, elaborata dalla letteratura di stampo economico-scientifico, ossia il rapporto tra il numero di anni di istruzione, il costo e il successo degli studi e l’ammontare del reddito percepito dal lavoratore. Nel corso del pomeriggio, il prof. Alberto Felice De Toni, Rettore dell’Università degli Studi di Udine, modera la terza sessione dedicata alle previsioni sulle prospettive di occupazione dei laureati. L’intervento del prof. Chris Warhust dell’Università di Warwick propone una riflessione analitica su concetti prettamente connessi al diritto del lavoro e agli effetti del cambiamento tecnologico e organizzativo sul mercato europeo: la polarizzazione degli impieghi, la robotizzazione – le macchine decretano la morte del lavoro manuale e artigiano nei processi di produzione – e, infine, l’ibridità sui posti di lavoro dovuta all’überizzazione, ossia il caso di laureati che svolgono un lavoro flessibile rispetto alle proprie qualificazioni. Dopodiché, Fabio Bacchini, Responsabile del Servizio Studi econometrici e Previsioni economiche dell’ISTAT, ha annunciato un programma di sviluppo sostenibile articolando in diversi step gli obiettivi da raggiungere entro il 2020: “implementare la qualità dell’istruzione e, nel contempo, promuovere numerose iniziative nell’ambito del Lifelong Learning Programme; valorizzare i settori italiani più competitivi, quali il design e l’industria tessile, così da offrire un contributo creativo alla crescita economica e innalzare i livelli di produttività e innovazione”. La sfida più grande – a detta del prof. Gilberto Antonelli dell’Università di Bologna, Membro del Comitato Scientifico di AlmaLaurea – è: “riconciliare lo sviluppo del capitale umano, sociale e culturale partendo dal perfezionamento del sistema di assessment studies con strategie metodologiche che vadano a incidere sulla disponibilità e stabilità dei lavori accessibili ai laureati con lo scopo di riequilibrare i trend europei di upgrading, downgrading e polarization, i quali provocano enormi disuguaglianze nella distribuzione del reddito e della ricchezza tra le nazioni”. Nella tavola rotonda presieduta dal Rettore Manfredi, il prof. Roger Greatrex dell’Università di Lund esprime le sue considerazioni a proposito della concentrazione di ricchezze sul mercato finanziario globale in epoca di mondializzazione. All’interno del panorama internazionale, si sottolinea l’urgenza di una terapia d’urto alle disparità locali. “Occorre integrare politiche strutturali di formazione e sviluppo per fermare l’emorragia delle immatricolazioni aggravata dai circoli di mobilità che inaspriscono ulteriormente il dualismo territoriale”, sostiene il prof. Giovanni Guidetti dell’Università di Bologna. Che aggiunge: “sono dinamiche difficilmente dominabili, perciò bisogna arginare il problema a monte intervenendo sulle modalità di finanziamento del sistema universitario. Molti giovani hanno una scarsa propensione a iniziare un percorso accademico, sia per una mancanza di fiducia nella laurea in rapporto all’investimento salariale, sia perché l’Università comporta una spesa troppo sbilanciata per le famiglie”.
 
A fare la differenza
sono le soft skills
L’approccio all’alta formazione deve, dunque, bilanciare il beneficio del singolo e della comunità. “Ma quanto è determinante la formazione nel reclutamento dei lavoratori?”, chiede il prof. Manfredi. Espone il punto di vista delle multinazionali Andrea Guaraldo, Direttore HR di L’Oréal Italia, il quale invita a non sottovalutare “l’importanza di esperienze di stage o tirocini formativi, fondamentali per professionalizzarsi, mettersi in gioco con un progetto e arricchirsi di specializzazioni che aziende come L’Oréal cercano. Non conta solo il titolo di studio, ma fanno la differenza soprattutto le ‘soft skills’, ossia le capacità individuali di interazione e comunicazione, di problem solving e team working”. L’Oréal è a caccia di talenti flessibili e “insospettabili, di eccellenze extracurriculari nelle arti e nella musica, per esempio. L’ambizione e la tenacia sono valori aggiunti che ci consentono di poter crescere, in Italia e non”. Le proposte di Daniele Livon, Direttore generale al Miur per la Programmazione, il coordinamento e il finanziamento delle istituzioni della formazione superiore, sono: “irrobustire i servizi per il diritto allo studio, rinforzare l’offerta formativa con Corsi di Laurea professionalizzanti, sollecitare le percentuali di investimenti pubblici monitorati. Questo non per trattenere i giovani che vogliono andare al Nord o all’estero, ma per consentire a tutti coloro che vogliono iscriversi all’Università di essere elementi di rilancio del Sud e di riscatto dell’intero paese”. Il destino dell’Università non è separato dalle prospettive di avanzamento sociale del sistema-paese. “Questa consapevolezza si sta radicando nel corpo dell’Università, ma non mi sembra che i vertici dello Stato abbiano compreso la drammaticità della questione”, afferma infine il Rettore Manfredi cedendo la parola all’ultimo relatore, Marco Mancini, Capo Dipartimento al Miur per la formazione superiore e per la ricerca. “I lavori di AlmaLaurea accompagnano la vita della società italiana fotografando il funzionamento olistico del sistema universitario e ci stimolano ad allinearci a quello che altri paesi europei hanno già raggiunto”. In questo momento, i provvedimenti del Governo “stanno cercando di dare una svolta al mondo dell’istruzione e della ricerca mettendo a disposizione le risorse in maniera finalizzata e rispondendo alle esigenze di internazionalizzazione della didattica nonché allo sforzo qualitativo di elevati standard educativi”.
Sabrina Sabatino


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