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Anna Trieste, giornalista sportiva e tifosa del Napoli, ospite del ciclo seminariale sul calcio

La passione rosa per il pallone

 News pubblicata il 17/04/2015
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“Per me Maradona è un’autorità morale e religiosa”. Parola di donna. Ha avuto la sua guest star il secondo appuntamento del seminario “Kick Off. Introduzione allo studio del calcio da una prospettiva sociologica”, tenutosi il 10 aprile e incentrato sul tema “Che genere di sport. Il calcio al femminile a Napoli”. A catalizzare l’attenzione degli studenti presenti nell’aula T-3 del Dipartimento di Scienze Sociali, infatti, è stata una tifosissima della squadra napoletana di calcio, blogger, giornalista (scrive, tra l’altro, per la testata sportiva “Il Napolista”): Anna Trieste. È toccato a lei il compito di parlare “del tifo e dell’invasione femminile degli stadi”. Così, con toni degni dei suoi “TopOmmWeek” – commenti goliardici su partite e calciatori - ha raccontato le novità del calcio in rosa. “Perché, perché la domenica mi lasci sempre sola?”. Il celebre motivetto intonato dalla cantante Rita Pavone negli anni ‘60 è stato il punto di partenza della sua argomentazione: “oggi, tra anticipi e posticipi, si gioca tutti i giorni. Per le donne, andare a vedere la partita di pallone è diventato un fatto di necessità per stare con il proprio partner”. Con buona pace, quindi, dell’ostracismo condotto dal mondo maschile, sempre pronto a sfoderare l’arma “fuorigioco” – una delle regole di questo sport - per mettere in discussione le capacità cognitive delle donne di fronte a un rettangolo verde. Pregiudizi nel cassetto. Oggi allo stadio vanno tre tipi di signore. C’è chi si “comporta esattamente come i maschi”, chi “va sugli spalti per spogliarsi” e chi “come me, ci va perché crede che il calcio sia lo sport più bello del mondo”. Insomma, “se i maschi vogliono stare da soli, devono affidarsi a Masterchef, perché lì cucinano solo uomini. Per il calcio ci siamo anche noi”. Questo oggi. Non era così, però, qualche anno fa, quando la prof.ssa Enrica Morlicchio, docente di Sociologia dei processi economici e del lavoro, da giovanissima, ha visto presto infrangersi i suoi sogni di emulare l’allora attaccante del Cagliari Gigi Riva. Riferimenti biografici a parte, l’altra relatrice della giornata si è soffermata sulle dimensioni sociologiche delle relazioni di genere e dello sport. Occhi puntati su “interessi economici nel calcio”, su “sport come strumento di politica sociale e come stimolo per mantenere uno stile di vita sano” .Ma perché tanta attenzione al calcio vissuto dal gentil sesso? A spiegarlo è stato il curatore del progetto, il professore di Sociologia generale Luca Bifulco: “stiamo portando avanti iniziative di studio sul calcio come indicatore per comprendere fenomeni e trasformazioni sociali più ampie. Oggi ne parliamo al femminile non solo per capire come si struttura questo sport con le donne, ma anche per comprendere come questa passione abbia raggiunto il pubblico in rosa”. Ad affiancarlo in questo studio, il suo collega Francesco Pirone, che ha aggiunto: “il governo ha aperto il calcio alle donne, ma lo ha fatto attraverso un meccanismo di assimilazione, cercando di incorporare in una istituzione maschilistica la pratica di uno sport al femminile, senza tener conto delle differenze di genere”. Non sono mancati esempi di chi vive quotidianamente il mondo del pallone. Tra i relatori, infatti, c’erano anche Antonio Piccolo e Patrizia Palumbo, che hanno portato la testimonianza del Dream Team Arci Scampia, squadra al femminile che si allena e gioca nella periferia nord di Napoli: “il nostro è un progetto di vita. Il calcio è uno strumento per far capire a molte ragazze in situazioni problematiche che c’è anche un altro modo di vivere”. Un modo non privo di difficoltà. Proprio su queste si è soffermato Carlo Zazzera, addetto stampa del Napoli Calcio Carpisa Yamamay: “nel calcio femminile ci sono seri problemi comunicativi. È quasi impossibile uscire sui giornali perché c’è un cannibalismo da parte di quello maschile”. Fanno parte di questa società le giovani calciatrici Emanuela Schioppo, per la quale “la differenza con i maschi è che noi giochiamo per passione e non per interessi economici”, e Maria Russo, che già guarda al futuro: “ho intenzione di fare una scelta universitaria che mi permetta di conciliare lo studio con lo sport”. Il football non ha sesso, quindi. È stata questa la lezione per Valerio Nastri, al terzo anno di Culture digitali e della comunicazione: “il calcio è un’opportunità per dimostrare che entrambi i generi hanno pari opportunità. Oggi mi è arrivata la possibilità di credere anche nelle cose impossibili, tipo in una partita tra due squadre miste”. Seduta tra il pubblico, c’era Federica Russo, terzo anno di Sociologia: “è stato molto interessante l’approccio avuto in merito alla discriminazione di genere”. Ha avuto una nuova prospettiva sul calcio femminile Sara Pollio, aspirante sociologa da due anni: “non ne sapevo niente. Mi ha sorpreso che ci sono ragazze che pensano perfino a una carriera in questo ambito”. Per la sua collega Concetta Menzione: “questi seminari servono da un punto di vista sociologico per comprendere anche che i pregiudizi dei maschi ci sono e sono tanti”. Precisa Irina Polise: “sembrano cose scontate, invece stiamo vedendo come molte donne, ancora oggi, si battano in nome della parità”. Perché, come ricorda un’altra studentessa, Maria D’Alessandro: “nel 2015 ci sono ancora discriminazioni, è assurdo”. Il pallone alle donne. I sociologi danno un calcio ai pregiudizi.
Ciro Baldini


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