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"E se il libro fosse una medicina?"

Lo scrittore Maurizio De Giovanni in cattedra

"Il libro è il superamento di una prigione, vi porta altrove"

 News pubblicata il 20/10/2016
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La passione per la lettura è nata dal desiderio di imitare il papà. “Il Conte di Montecristo” di Dumas, la prima scintilla che ha acceso un fuoco: “era un’edizione di 1694 pagine. Alla decima già ero terrorizzato all’idea di restare senza quel libro. Chiesi a mio padre se ci fosse un seguito”. Di tempo, da allora, ne è passato e Maurizio De Giovanni alla lettura ha affiancato anche tanta scrittura, diventando una delle penne cittadine più note. A lui la Scuola di Medicina e l’Azienda Ospedaliera Universitaria (A.O.U.) hanno chiesto: “E se il libro fosse una medicina?”. Questo il tema dell’incontro che il 3 dicembre ha visto l’autore di gialli confrontarsi con docenti, studenti e professionisti della salute accorsi nell’Aula Magna di Biotecnologie, in via De Amicis. Apertura con i saluti istituzionali portati dal Prorettore Arturo De Vivo: “l’incontro di oggi ha un titolo accattivante. Se il libro fosse una medicina, Maurizio De Giovanni, un amico generoso dell’Ateneo, sarebbe un ottimo medico”. Di “analfabetismo funzionale”, inteso come “incapacità di gestire rapporti complessi” e visto come un male da curare, ha parlato invece il prof. Guido Trombetti, docente di Analisi Matematica ed ex Rettore dell’Ateneo. A seguire, i saluti del dott. Natale Lo Castro, Direttore Amministrativo dell’A.O.U., e del padrone di casa, il Presidente della Scuola di Medicina Luigi Califano, il quale ha ricordato che “la manifestazione odierna entra nell’ottica del ciclo di eventi #NONSOLOMEDICINA che porta personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura e dello sport a fare lezione, presentando la propria esperienza e confrontandola con la medicina”. È stato così introdotto il face to face tra l’autore e un pubblico numeroso che ha occupato quasi tutti i posti a sedere. Una chiacchierata lunga un’ora, moderata dal professore e critico cinematografico Ignazio Senatore. Il primo intervento del romanziere suona un po’ inaspettato: “leggere è una rogna, è complesso. Guardare una storia in televisione è più semplice. Con la lettura, se si perde l’attenzione, è necessario tornare indietro”. Ma allora, perché leggere? “Perché esercita un muscolo che si chiama immaginazione. Rinunciare presto al sogno di inventare qualcosa di nuovo è peggio della morte”. In che modo un libro può curare? “La malattia è una limitazione. Il libro è l’esatto contrario, è il superamento di una prigione, vi porta altrove. Un buon racconto è quello che già a pagina due vi ha trasferiti in un mondo nuovo”. Come hai scelto i nomi dei personaggi? Continua così il confronto con il moderatore: “Lojacono si chiama come un mio amico siciliano che conduce una vita simile a quella del mio personaggio. Per Ricciardi, invece, ci ho pensato bene, perché non volevo richiamasse qualche mio conoscente”. È più famoso Lojacono o De Giovanni? “Lo sono molto di più i miei personaggi, ed è giusto così. A mio avviso lo scrittore non andrebbe mai conosciuto, perché assomiglia raramente a quello che scrive”. Sulla malattia nella scrittura: “temo che talvolta sia usata in maniera un po’ ruffiana. La sofferenza umana è una cosa orribile, quindi difficilmente può essere usata all’interno di un romanzo”. Nella sua carriera non gli manca l’aiuto della compagna Paola Egiziano: “rilegge i miei scritti e si interfaccia con gli editori. La sua attività è una via di mezzo tra il mestiere di critico e il domatore di tigri. Nel merito della scrittura però non entra mai”. Ultimi momenti destinati alle domande dalla platea. Per ragioni di tempo, ne è arrivata solo una, rivolta da una giovane studentessa: “come potrei avvicinare gli altri alla lettura?”. Nulla: “penso che leggere sia un atto di volontà. Se qualcuno preferisce la televisione, non può sforzarsi di fare altro”. Una scelta che può nascere da qualsiasi cosa, ad esempio il desiderio di imitare il papà. 
Ciro Baldini


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