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Cybersecurity: l'intervento di Roberto De Vita, Eurispes

In rete si rischia se manca la consapevolezza

 News pubblicata il 13/12/2019
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Rivoluzione e trasformazioni digitali, un’esigenza culturale prima ancora che tecnica. Parte da questa premessa “Diffidenti nella vita reale, disinibiti nella vita digitale”, incontro a cura dell’Osservatorio Cybersecurity di Eurispes (Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali). Intervengono nella Sala Saffo, venerdì 22 novembre, il prof. Roberto De Vita, gli avvocati Valentina Guerrisi e Antonio Laudisa e il dott. Marco Della Bruna.
Nel rivolgersi principalmente a studenti e giovanissimi, è doverosa una premessa: “Si pensa sempre che gli interrogativi legati al mondo cyber e digitale necessitino di una risposta tecnica. Ma non è così: la parola chiave è consapevolezza – precisa il prof. De Vita – I nativi digitali hanno sempre più bisogno di essere orientati, di andare oltre e dentro i fenomeni con cui si confrontano”. Tanti i temi oggetto della discussione. Partiamo dal principio. Chi è il nativo digitale? Si pensa comunemente che sia chi è nato in epoca digitale, ma non è esattamente così: “Un nativo digitale è un soggetto che impara ad interagire con gli strumenti della socialità digitale ancora prima di imparare a leggere e scrivere. Alla lettura e alla scrittura consegue una determinata organizzazione del pensiero e il nativo digitale, la cui organizzazione del pensiero comincia attraverso gli strumenti digitali, va in una direzione diversa”. La rivoluzione di cui parliamo è tale in virtù dei suoi numeri: “Oggi la popolazione mondiale conta circa otto milioni di persone. Quattro milioni e mezzo hanno accesso alla rete. Negli anni che vanno dal 2000 al 2009 si è avuta una crescita degli utenti del 1157 per cento. Tutti comunicano con tutti. I dati di tutti possono essere condivisi da tutti”. Ma come si interagisce in rete? “Non solo people to people o people to machine, come quando parlo con Alexa o con Siri, quindi comunque persona al centro. Il terzo livello di comunicazione è machine to machine, dispositivi che comunicano autonomamente. A Modena, ad esempio, si stanno sperimentando strade intelligenti che dialogano con auto intelligenti. Si tratta di una relazione che prescinde dall’uomo”. Questo conduce ad un altro grande tema, i big data: “Quattro miliardi e mezzo di persone connesse alla rete producono dati. E chi non è connesso? Chi passa sotto una telecamera? Chi prende una metro smart che registra quante persone salgono a bordo? Anche chi non è connesso produce dati. Quanti sono questi dati? Big. I big data sono una mole infinita di dati che si ha necessità di conservare e processare”. Ed ecco che si arriva all’algoritmo e ai super computer: “più dati, analisi più complesse, maggiore capacità di elaborazione di calcolo. Quando l’algoritmo può essere adottato per portare a termine un’azione operativa? Quando abbiamo la certezza che la gestione non umana dell’attività, alla cui base c’è l’algoritmo, passa per un protocollo comunicativo sicuro”. E si arriva così al 5G che mette in essere una rivoluzione nelle operazioni tecnologiche: “La più importante caratteristica del 5G è...
 
L'articolo continua sul nuovo numero di Ateneapoli in edicola dal 10 dicembre (n. 19/2019)
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