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Dibattito promosso dal Rotary con il prof. Luigi Califano, candidato Rettore alla Federico II

Digitale, diseguaglianze, risorse: le sfide post-emergenza

 News pubblicata il 01/06/2020
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Che ruolo sarà chiamata a svolgere l’Università all’indomani dell’emergenza sanitaria? Hanno provato a rispondere a questo tema, che costituirà inevitabilmente la sfida del domani sul piano della formazione e della ricerca, alcuni autorevoli docenti dell’Università Federico II, riuniti sulla piattaforma Zoom nel pomeriggio di lunedì 25 maggio, con un parterre di oltre 80 utenti collegati. Molti i punti affrontati nel dibattito organizzato dal Rotary club Napoli, ha introdotto i lavori il Presidente designato Renato Silvestre, e moderato da Gennaro Varriale, direttore di Ateneapoli, in vista della ripartenza del prossimo anno accademico: il passaggio scuola-Università, le sorti dell’insegnamento, il calo degli iscritti in previsione della recessione economica. Cosa succederà nei prossimi mesi, per ora, è però difficile prevederlo. Funzione centrale di questa nuova modalità didattica è attribuita al ruolo responsabile del docente universitario. Alla luce delle nuove criticità, vanno ripensate però soluzioni più idonee di gestione della macchina universitaria. L’auspicio è che “la modalità telematica dei corsi, il cosiddetto webinar, non diventi realtà sistematica: soprattutto per discipline che necessitano della pratica e della vicinanza tra persone, come la medicina”, è la premessa dell’intervento del prof. Luigi Califano, ordinario di Chirurgia Maxillofacciale e Presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia federiciana, nonché candidato alle elezioni al rettorato insieme al prof. Matteo Lorito. “Il covid-19: un nemico invisibile ha messo in ginocchio l’intera organizzazione del pianeta. Parlo al passato, ma la pandemia non è finita: ad oggi si contano più di 4 milioni di contagi e 300 mila decessi nel mondo. Non ci siamo fatti trovare impreparati, consentendo agli studenti di proseguire le lezioni da remoto con mezzi ai quali non eravamo abituati”. Mezzi che saranno considerati anche per il futuro come ulteriore risorsa integrativa, “ma mai sostitutivi della didattica in presenza”. Le esigenze post-covid, secondo Califano: incrementare la coesione sociale, assumere decisioni in campo economico, rinforzare l’impegno e la motivazione di medici, infermieri e di tutto il personale impiegato nel comparto sanitario. Negli ultimi anni, “il nostro Paese ha investito pochissimo per la ricerca (solo l’1,3% del PIL), al pari di Paesi più piccoli del nostro, come Estonia o Portogallo”. Inoltre, il Fondo di Finanziamento Ordinario stanziato per il 2019 – ciò che consente agli Atenei di sopravvivere – “è lo stesso da circa dieci anni. Si investe pochissimo nella ricerca e nella sanità, con la differenza però che l’offerta sanitaria del Meridione dispone di minori risorse strutturali rispetto al Nord”. Ciononostante, “abbiamo reagito con passione per limitare i danni, sicché l’epidemia nella nostra Regione è perfettamente sotto controllo”. Prima di Pasqua, “i dati erano allarmanti, abbiamo perso quattro colleghi al Policlinico”. La situazione è, dalla fine di aprile, radicalmente cambiata: “abbiamo oggi quattro ricoverati nel reparto Malattie infettive e zero pazienti in terapia intensiva. Il peggio è passato e sono orgoglioso di come la Federico II, docenti e ricercatori, abbiano saputo rimboccarsi le maniche”. A breve, sarà lanciata una nuova iniziativa per monitorare l’andamento della curva epidemiologica. “La Scuola di Medicina permetterà a tutti coloro che frequentano l’Ateneo di effettuare un test sierologico rapido per valutare la presenza del virus, così che si possa ritornare in sede con maggiore tranquillità”. 
Interviene il prof. Massimo Franco, ordinario di Organizzazione aziendale al Dipartimento di Scienze Politiche: “Dopo le prime avvisaglie sul contagio, anche il nostro Dipartimento ha riconvertito online in brevissimo tempo più di 100 corsi, compresi i laboratori. Un’esperienza non nuova alla Federico II, dove da anni si sperimenta il web-learning grazie alla piattaforma Federica. Giunti alla fine di questo semestre, occorre tirare le somme: il digitale ha dei pro incontestabili e ad esso attingeremo nuovamente per incentivare la frequenza degli studenti diversamente abili, dei lavoratori e di altre fasce deboli”. Eppure, “la comunità universitaria ha bisogno di presenza fisica, del contatto diretto, degli sguardi che solo la didattica frontale può suscitare. Prendiamo il meglio da quest’esperienza: utilizziamola per condividere materiali didattici, avviare progetti collaborativi, implementare le soft skills”. Ulteriore risvolto positivo: “la didattica a distanza ci ha permesso di entrare nelle case degli studenti, vedere le loro famiglie, e viceversa. Credo che il ruolo del docente in futuro debba essere questo: conservare un rapporto di vicinanza, dominato da tre parole chiave: innovazione, digitale, giovani”. Il punto di vista del prof. Alberto Lucarelli, ordinario di Diritto Costituzionale, diverge, in parte, dagli altri. “In realtà – dice – la vera emergenza comincia adesso, anzi peggiorerà a settembre”. Gli Atenei saranno in grado di sostenere un deficit nelle iscrizioni? “Domanda che va ben oltre le nostre possibilità, ma è appesa al filo delle politiche nazionali. Il macro-problema è ora d’ordine socioeconomico, con il rischio che dopo il virus le diseguaglianze possano aumentare. La didattica a distanza non è uguale per tutti: gli studenti che vivono in situazioni disagiate non dispongono di mezzi adatti”. Tuttavia, il digitale può garantire la frequenza a chi invece è impossibilitato a seguire: “potrebbe recuperare la funzione di quelli che una volta erano i corsi serali”. Nel pieno rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti, “l’Università rappresenta un ascensore sociale, garantisce solidarietà e uguaglianza sostanziale tra cittadini”. Visto, però, “il seguito di pessime leggi sull’istruzione che hanno minato la funzione pubblica e sociale dell’Università, in assenza di finanziamenti anche i nostri sforzi risulteranno inefficaci”. L’Università di Cambridge, ad esempio, chiuderà i battenti fino al 2021 e con essa molti Atenei dell’Europa settentrionale. In Italia lo scenario sarà pressoché identico? “Sono convinto che nei prossimi mesi ripartiranno tutte le attività. Se così non dovesse essere, sconteremo sul futuro danni ancora peggiori”, interviene il prof. Guido Trombetti, già Rettore Magnifico, docente Emerito di Analisi Matematica. “Non demonizziamo la didattica a distanza, strumento sussidiario e complementare all’attività in aula”. Le due modalità non sono, quindi, in competizione, anzi a venire si prospetta un sistema ‘blended’, ibrido tra la didattica frontale (erogata in condizioni di sicurezza) e il web learning. “La rivoluzione digitale ha ormai cambiato i rapporti sociali, il rapporto con le informazioni e la circolazione dei saperi. Non si può fingere che, con il virus, nulla sia accaduto: evitiamo per ora soluzioni draconiane, agiamo con cautela”. Due le direttive dell’Università futura: “salvare i saperi, anche quelli ritenuti inutili, e formare persone, non solo lavoratori. Sarebbe un errore trasformare il mondo universitario in un megagalattico centro di formazione professionale, che è invece un luogo di elaborazione delle coscienze critiche, del pensiero creativo, della curiosità senza la quale non esiste progresso”. Compito del docente nel quadro post-emergenziale: “difendere cose che non sono monetizzabili, come la lettura e lo studio, e trasferire un metodo. Nel tempo che intercorre tra il percorso di studio e l’ingresso nel mondo del lavoro, le conoscenze apprese saranno già superate. Oltre alle competenze di servizio, va rinforzata la conoscenza di base”. Per fare ciò, sono “indispensabili risorse per il diritto allo studio, altrimenti perderemo circa il 10-15% degli immatricolati”, con pesanti ricadute sul territorio. Si sofferma proprio sulla terza missione, infine, il prof. Roberto Vona, ordinario di Economia e Gestione delle imprese e delegato del Rettore alla Commissione Tecnica Spin Off. La missione del docente è duplice: “rinnovare la didattica, coltivando la capacità intuitiva, senza però disinteressarsi del sistema sociale in cui si opera”. Una svolta epocale quella prospettata dal momento post-emergenziale: “abbiamo tutti perso i punti di riferimento abituali e nessuno ha la bacchetta magica per immaginare l’Ateneo del futuro”. Certo è che non si possa fare a meno del sostegno pubblico: “abbiamo tante carte da giocare, occorre fare squadra con la società civile tutta, le professioni, l’amministrazione, le attività culturali e l’impresa creando strutture di collegamento interattive e robuste”. E, inoltre, “professionalizzare tutti i percorsi accademici con tirocini curriculari, nella speranza di ovviare a un altro rischio grave: la disoccupazione latente”. La ricerca applicata “la si fa ormai soltanto nelle imprese e neanche loro possono più permettersi di stare da sole, hanno bisogno di sodalizzare con la frontiera dell’innovazione, la ricerca universitaria”, così come dieci anni fa, sottolinea Trombetti, si pensò di introdurre i dottorati nelle aziende. Va incrementata questa creatività, ma con opportuni fondi, da ripartire equamente sui vari settori. Che sia possibile anche una maggiore cooperazione tra gli Atenei del territorio? È aperto il dibattito tra i docenti. “Finora gli Atenei hanno ragionato in un’ottica di concorrenza di stampo aziendalistico, subendo anche gli influssi negativi dei modelli normativi calati dall’alto. L’emergenza sul lungo termine – chiude Trombetti – richiederà soluzioni straordinarie: bisogna essere ottimisti sul futuro delle risorse e aprirsi al dialogo con i comitati di coordinamento regionale per l’attuazione di ampie sinergie sul territorio campano”.
 
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