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Nuovo insegnamento per la Triennale in Archeologia

Esercitazione per gli studenti di Sistemi Informativi per il Patrimonio Culturale

 News pubblicata il 09/11/2021
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Cassetta degli attrezzi del futuro archeologo e dove trovarla. Venerdì 29 ottobre, al Chiostro inferiore del Complesso dei Santi Marcellino e Festo, i circa 20 studenti dell’insegnamento Sistemi Informativi per il Patrimonio Culturale - introdotto quest’anno nel piano studi del Corso Triennale in Archeologia, Storia delle Arti e Scienze del Patrimonio Culturale in ottica della transizione digitale - sono stati chiamati ad effettuare un’esercitazione per prendere confidenza con gli strumenti che, un domani non troppo lontano, dovranno utilizzare sul luogo di lavoro. A guidarli è stato Fabio Cavulli, originario di Trento, ricercatore presso il Dipartimento di Studi Umanistici dal dicembre 2020 e promotore sia del corso – del quale è titolare – che dell’iniziativa stessa. Piccola curiosità: quella al prezioso complesso monastico del centro storico è stata una prima volta anche per l’archeologo. “Ho scavato per decenni tra il nord e il centro Italia, così come all’estero. L’avventura partenopea è iniziata da poco e mi sto divertendo molto”. Partendo da questo, si comprende anche meglio la scelta del luogo per effettuare il rilievo: “Devo dirlo, è stata abbastanza casuale. Inizialmente avevo pensato al Chiostro di Porta di Massa. Credevo si prestasse bene ai nostri scopi. Tuttavia, dopo aver effettuato un sopralluogo, mi sono reso conto che, essendo questo troppo geometrico, sarebbe stato eccessivamente semplice per i ragazzi. A quel punto mi hanno indicato l’area superiore di San Marcellino. Ma ho bocciato anche quella perché troppo grande e complessa. Il Chiostro inferiore invece si è presentato subito come quello ideale, con le sue aiuole e i suoi archi”. Questo perché, ci tiene a ribadire Cavulli, “lo scopo non era tanto fare il rilievo della struttura, quanto un’occasione per prendere confidenza con la strumentazione di base coinvolgendo tutti gli studenti per l’intera durata (due ore circa, ndr)”. Ma cosa hanno fatto nello specifico gli archeologi del domani? “Innanzitutto bisogna tener presente la natura del corso, che è incardinato sulla metodologia della ricerca archeologica, il mio ambito di competenza. Siamo partiti dalla raccolta dati per arrivare all’elaborazione degli stessi. Era importante capire che cosa fosse uno scavo, un deposito, una stratificazione, quali i processi di formazione. Questo ha aperto poi le porte alla ricognizione sul territorio e ad un primo rilievo topografico, grazie al quale siamo arrivati all’esercitazione vera e propria con tecniche sia strumentali che manuali. A San Marcellino abbiamo utilizzato il piombino ottico. Più avanti andremo più sullo specifico, con la stazione elettronica totale, che abbiamo conosciuto solo sui libri, e il gps differenziale. In sostanza, stiamo partendo dal semplice per arrivare al complesso. È l’approccio più logico per i ragazzi”. L’occasione, però, oltre a cogliere il fascino delle sottigliezze tecniche, è buona pure per sottolineare la necessità di queste iniziative; per non perdere di vista il vero scopo del Corso di Studi in questione, in un sistema universitario in profonda trasformazione: “Il nostro problema è che l’Università è cambiata e bisogna starle dietro. Io sono assolutamente a favore di una cultura umanistica a 360 gradi, però per un archeologo rilievi e ricognizioni sono momenti di crescita fondamentali, perché senza questi non si può lavorare. Non basta andare sugli scavi, se in quelle occasioni gli studenti assistono solo ad una piccola parte del tutto senza avere idea di come funzioni il resto. Il patrimonio culturale, oltre alla fase dello studio teorico, va toccato fisicamente. C’è pure un aspetto emozionale e affettivo da tenere vivo. Non deve assolutamente perdersi”. 
 
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