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Il racconto del prof. Alessandro Settimi, docente di Chirurgia Pediatrica

Il bridge, sport della mente

Tra i benefici del gioco: favorisce la capacità di memorizzare e i meccanismi del ragionamento

 News pubblicata il 19/02/2021
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Una palestra per la mente che allena la nostra intelligenza allo sviluppo di logica deduttiva, velocità decisionale e strategia e i cui attrezzi sono le carte da gioco. È tutto questo il bridge, gioco di carte, originario del XIX secolo, diffuso a livello mondiale. A raccontare ad Ateneapoli di questo “sport della mente” e dei suoi benefici su grandi e piccini è il prof. Alessandro Settimi, docente di Chirurgia Pediatrica e Infantile al Dipartimento federiciano di Scienze Mediche Traslazionali e Presidente del Comitato Campano di Bridge.
“Il prossimo anno andrò in pensione e, nell’affrancarmi da alcuni impegni, ho deciso di accettare questa nomina – spiega – Il mio intento, adesso, è quello di diffondere questo sport, soprattutto in ambito universitario e scolastico. Il bridge, infatti, si adatta proprio a tutti, adulti, giovani, bambini e anziani”. Si gioca in quattro, i giocatori prendono il nome dei quattro punti cardinali, in due coppie contrapposte e impiegando un mazzo da 52 carte francesi, che esclude quindi le due carte Jolly. Il gioco si compone di due momenti: la dichiarazione, che determina il contratto ovvero il numero di prese che la coppia si impegna a realizzare, e il gioco della carta. Prosegue il docente: “Non è un gioco d’azzardo, si può competere tranquillamente senza nessun interesse economico, il che è positivo ed educativo soprattutto quando ad essere coinvolti sono ragazzi giovani”. Insieme, ad esempio, agli scacchi, “questo possiamo leggerlo in importanti riviste scientifiche internazionali, il bridge favorisce nei bambini lo sviluppo di capacità di memorizzazione e dei meccanismi del ragionamento mentre, negli anziani, rallenta l’invecchiamento”. Il prof. Settimi è, chiaramente, egli stesso un abile giocatore: “Ho scoperto il bridge grazie a mio padre e ho cominciato all’età di dodici anni. Possiamo dire che l’Italia sia un po’ la culla di questo sport nel senso che giocatori molto famosi sono arrivati proprio dal nostro Paese – e, oltretutto, tra i più riconosciuti performer ci sono dei napoletani – C’è anche da dire che, attualmente, la nostra nazionale giovanile sta mietendo allori per il mondo nonostante il Covid”. La forte interattività e la vicinanza con compagni e avversari è una caratteristica che rischia di rovinare il bello dell’esperienza di gioco? “Il bridge c’è anche online. Lo si può giocare al computer sia in una modalità che non prevede l’ausilio di microfono e telecamera, sia attraverso una piattaforma che invece consente di vedersi tra partecipanti, di parlare e quindi interagire in maniera diretta”. Uno degli obiettivi del docente è, dunque, quello di scovare amanti di questo sfidante sport proprio tra gli studenti: “Immaginavo di esporre delle locandine fuori alle aule ma, in un’epoca così tecnologica, forse sono più indicati i social per fare pubblicità. Spero che tanti interessati comincino a rivolgersi al Comitato. In più, conto di instaurare un dialogo anche con uffici scolastici e presidi e proporre loro questa attività tra gli scolari, come è stato fatto anche in altre scuole al Nord”. Attrarre i giovani di oggi, così rapiti dal digitale e dalle nuove tecnologie, può sembrare difficile, “ma sicuramente sono disposti ad accettare delle nuove sfide”.
 
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