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Matteo Santoro della Camelot incontra gli studenti di Informatica

Intelligenza artificiale, machine learning, big data "sono i settori del futuro"

 News pubblicata il 23/11/2020
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Ampia scelta nella didattica, qualità della ricerca e dei docenti. Questo colpì e portò all’Università Federico II il dott. Matteo Santoro il quale, dopo un intenso percorso di formazione e di ricerca tra Italia ed estero, oggi risiede a Genova ed è socio fondatore e CEO presso CAMELOT Biomedical System, azienda aggiornatissima sui progressi del machine learning che propone soluzioni innovative in campo biomedicale. Il suo legame con l’Ateneo federiciano è ancora saldo grazie a seminari e contatti con studenti e dottorandi.
Laurea in Scienze Fisiche nel 2003, Dottore di ricerca in Scienze Computazionali ed Informatiche nel 2007, Santoro ha 42 anni, è pugliese e arriva a Napoli alla fine degli anni Novanta. “Ero un po’ indeciso nella scelta del percorso di studi da intraprendere – ricorda – Mi interessavano sia Fisica che Lettere Classiche, avrei voluto fare l’archeologo o il fisico. Due ambiti sfidanti, ma decisamente opposti”. La bussola si orienta, alla fine, verso il Dipartimento di Fisica “che mi aveva colpito per la varietà della didattica, l’avanzamento della ricerca e la qualità dei ricercatori da cui avrei appreso. Avevo capito che lì non avrei studiato solo la teoria, ma mi sarei confrontato anche con la parte applicativa”. Questi anni sono stati “belli e arricchenti. Per chi viene da un paese piccolo, la città, però, può risultare anche intensa e dura e ho dovuto abituarmi a viverci. Ho sopportato tanti sacrifici, ma rifarei questa scelta”. L’indirizzo incentrato sul campo elettronico e cibernetico al quinto anno del Corso di studi lo porta poi al Dottorato in Scienze Computazionali ed Informatiche: “Il mondo dell’intelligenza artificiale mi ha ispirato e la Scuola napoletana in questo è forte. Alcuni dei docenti che ho incontrato avevano collaborato con i professori che, di fatto, sono stati i padri dell’intelligenza artificiale. Sono rimasto anche legato ad alcuni docenti di Fisica e a quelli che hanno fatto nascere il Corso di Laurea in Informatica che poi si è unito con il Collegio di Ingegneria”. La ricerca è, intanto, diventata una passione: “Durante il dottorato sono stato anche a Vancouver come Visiting Research Scholar. Non c’è stata possibilità di rimanere a Napoli, quindi ho iniziato a muovermi. Nel corso degli anni sono stato all’Università di Genova, al Mit di Boston, all’Istituto Italiano di Tecnologia, per seguire dei filoni molto promettenti”. Sulla qualità dei docenti e della ricerca napoletana non si discute, qualche differenza, rispetto all’estero, “c’è, ad esempio, se parliamo di investimenti e mezzi per lavorare. La Federico II è un grande Ateneo che è un riferimento soprattutto per chi arriva dal centro sud e che forma tanta gente brava e preparata. Ma capita che non ci sia poi la possibilità di trattenerli o di attrarre ricercatori dall’estero”. Alla Federico II, “io ho portato tanta voglia di lavorare, mi piace fare le cose per bene. Il bagaglio che mi ha lasciato è formato da altissime competenze così come da tanta umanità. Una persona, ad esempio, che oggi non c’è più, il prof. Ezio Catanzariti ricordo con piacere. Ha lottato tanto affinché si riuscissero a creare anche qui dei laboratori, come quelli nord-americani, in cui formarsi, fare ricerca, e che fossero un trampolino di lancio”. Fu proprio il prof. Catanzariti “a mandarmi a Vancouver. Era un docente che investiva sui suoi studenti e che aveva un atteggiamento di grande umanità, non contaminata da quell’efficientismo spinto che purtroppo oggi si vede tanto”. 
La Camelot, spin-off dell’Università di Genova, è nata nel 2009, “per portare sul mercato i prodotti e i risultati della ricerca condotti lì in Ateneo. Oggi conta un organico di 30 persone, sta crescendo molto”. Negli ultimi anni, Santoro è stato spesso ospite del Corso di Laurea in Informatica, “e ho seguito anche tanti ragazzi federiciani con tesi dottorali o con stage in Camelot. Alcuni poi sono anche rimasti con me, come uno dei miei soci a cui ho fatto da tutor durante il dottorato o un altro laureato federiciano che poi si è dottorato a Genova. Ma ce ne sono anche altri che poi si sono spostati verso altre realtà”. Il livello di preparazione dei laureati federiciani è “sicuramente alto, anche rispetto ad altre università. Forse i ragazzi preferirebbero un incremento delle attività pratiche, ma si sta andando in questa direzione. Ad Informatica, ad esempio, non sono l’unico ospite che interviene. Queste attività seminariali sono sicuramente interessanti perché portano i ragazzi a contatto con le aziende, a vedere quello che c’è fuori dalle aule universitarie”. E fuori dalle aule il panorama si prospetta, per uno studente, estremamente sfidante e vivace: “Intelligenza artificiale, Iot, machine learning, big data, da queste non si può prescindere se si ambisce a lavorare nel digitale. Sono tra le tecnologie abilitanti più importanti, nelle quali si sta investendo molto. Sono i settori del futuro, pensiamo alle trasformazioni digitali che stanno investendo le aziende come anche la pubblica amministrazione”. Il consiglio, dunque, per chi volesse entrare in questo contesto, è di “impegnarsi. Creare delle competenze solide oggi permette di avere una carriera brillante e veloce domani”.
 
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