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Intervista al prof. Marco Biondi, docente di Farmaceutico Tecnologico Applicativo

Le tecniche d'improvvisazione teatrale per raccontare e insegnare le scienze

 News pubblicata il 08/02/2021
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“L’insegnamento delle scienze è esso stesso una narrazione e la sua efficacia dipende anche da come, questa narrazione, la si fa. Imparare a raccontare una storia aiuta a dare un taglio differente”. Proprio le storie e lo storytelling, ovvero l’arte del narrare, sono alla base di qualunque attività noi facciamo. Lo racconta ad Ateneapoli il prof. Marco Biondi, docente di Farmaceutico Tecnologico Applicativo al Dipartimento di Farmacia e al contempo, al di fuori dell’università, attore, membro e formatore alla scuola di improvvisazione teatrale Coffee Brecht. 
Proprio con Coffee Brecht, il docente parteciperà all’edizione 2021 dello IUPAC Global Breakfast “Empowering Diversity in Science”, il 9 febbraio, e condurrà uno spettacolo di improvvisazione a tema. “Faccio improvvisazione teatrale da molti anni – è il suo incipit – Le tecniche di improvvisazione entrano nel lavoro sotto forma di insegnamento; parliamo di un’attività teatrale molto centrata sul concetto di cervello collettivo, ascolto attivo e tecniche volte a rendere le persone di mentalità più aperta”. È il secondo anno di fila che le organizzatrici dello IUPAC Global Breakfast “mi coinvolgono in questa iniziativa, proprio perché le tecniche di improvvisazione teatrale aiutano a superare i pregiudizi, sono parte integrante di un percorso volto ad imparare a stare in un gruppo nel modo giusto e a non attaccarsi alle proprie convinzioni. E questo, chiaramente, è importante anche quando parliamo di docenza e di attività scientifica”. Trait d’union tra la parte istituzionale e il momento più leggero “durante l’evento, gli attori di Coffee Brecht daranno una dimostrazione pratica di come una storia cambia quando è sviluppata in gruppo. Dato un input del pubblico, ciascun attore ha in mente la propria storia e, quella che viene fuori, sarà influenzata dalla visione di tutti loro. Non bisogna affezionarsi alla propria narrazione, ma imparare ad accettare anche quelle altrui. Proprio come nella vita professionale”. 
Ricercatore dal 2006, il prof. Biondi, con i colleghi Laura Mayol e Giuseppe De Rosa, è parte del gruppo di ricerca BioNanoMed che si occupa di progettazione, allestimento e caratterizzazione di forme farmaceutiche innovative. Al docente chiediamo proprio di un progetto di BioNanoMed, Lunga viSta al nonno, ricerca di alcuni anni fa, incentrato sulla cura delle malattie del segmento posteriore dell’occhio, tipicamente senili, che oggi è sfociato in un dottorato industriale finanziato mediante un POR. Ma Lunga viSta al nonno era anche il nome di una web series “di cui girammo pochi episodi e che nasceva come attrattore divertente. L’intento era mostrare la vita di un ricercatore – che simpaticamente definisce un po’ sfigato – con l’obiettivo di rendere le persone più empatiche e creare un ponte verso il mondo della ricerca, normalmente percepito come lontano”. Un modo per condividere l’attività scientifica e portarla fuori dalla sfera accademica con leggerezza: “Ci ispirammo anche un po’ alla serie ‘Big Bang Theory’, prendendo simpaticamente in giro lo stereotipo del ricercatore che ricerca soltanto ed è inadatto alla vita sentimentale. Lavorando alla web series, poi, ci siamo resi conto che l’estemporaneo rende meglio del girato”. Ed ecco che il docente si ricollega agli spettacoli di improvvisazione teatrale: “Parliamo di una cosa che, qui a Napoli, è relativamente recente. Assistetti ad uno spettacolo nel 2008, dagli attori seppi che c’era anche una scuola e mi iscrissi. Ero curioso e, negli anni, mi sono accorto di quanti punti di aggancio ci siano tra lo studio accademico e queste tecniche e quanto sia poroso il confine tra attività lavorativa e improvvisazione teatrale. Una cosa aiuta l’altra”. 
“L’attività scientifica è un luogo per eccellenza in cui si manifesta l’imprevisto”
Cosa è cambiato, per il Marco Biondi docente universitario e ricercatore, tra il prima Coffee Brecht e il dopo? “La prima cosa che ho notato è che riesco a gestire meglio uno studente che, a lezione o durante un esame, mostra di non aver capito qualcosa o espone una sua curiosità”. È cresciuta “la mia attitudine all’ascolto aperto. La spiegazione, soprattutto di una materia scientifica applicata, necessita di molti esempi per renderla viva. Tengo a precisare che l’improvvisazione non è disordine, ma duttilità. Nella mia cassetta degli attrezzi adesso c’è qualche grimaldello in più”. Per il futuro il docente spera anche nella possibilità di una commistione tra le due cose. Con Coffee Brecht e il gruppo federiciano organizzatore dello IUPAC Global Breakfast “ci siamo accorti che parliamo la stessa lingua. L’idea sarebbe quella di legare ancora di più ricerca scientifica e attività teatrale e farne un programma di seminari. I primi destinatari sarebbero sicuramente studenti e dottorandi, ma il tema è molto ampio e, attraverso queste tecniche, ci può portare, ad esempio, a parlare di colloqui di lavoro, presentazioni efficaci. Può interessare davvero tutti”. Sarebbe questo un primo passo: “L’improvvisazione teatrale soprattutto al Nord è molto impiegata dalle aziende per rafforzare il team building. È accoglimento e accettazione dell’imprevisto e, se ci pensiamo, l’attività scientifica è un luogo per eccellenza in cui si manifesta l’imprevisto”. Procedendo su questa strada, si va proprio nella direzione di una didattica innovativa, punto su cui la Federico II si sta molto impegnando già tempo: “Dal mio punto di vista, non è una questione da incentrarsi sugli aspetti tecnologici. Va vista sotto il profilo umano; si tratta di migliorare la comunicazione”. È l’innesco della discussione che si fa divulgazione “e che rende masticabile un concetto ad un pubblico non specialistico. Aiuta a gettare il seme. Tutti noi abbiamo avuto un docente che ci proponeva un discorso in modo un po’ noioso o fumoso. Far sì che i concetti penetrino bene non implica dare meno cose, ma farle capire meglio”. E aiuta anche nell’acquisizione delle preziose soft skills, “una dicitura che oggi è tanto contemporanea. Stare in gruppo, sapere accettare, capire quando è il caso di imporsi o meno, rispettare il ruolo degli altri. Speriamo che questo primo passo possa concretizzarsi presto”. La Federico II “ha ottimi docenti. Siamo noi a doverci preoccupare che quanto diciamo arrivi ai ragazzi. Si può essere bravi docenti in molti modi; dalla mia prospettiva è chi ha già lavorato su di sé. Una buona narrazione viene da qualcosa che si è già raccontato”. 
 
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