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Coordinatrice del progetto Life per l'Italia è la prof.ssa Carella del Dipartimento di Biologia

Salvare la Nacchera di mare, uno dei molluschi più antichi del Mediterraneo, la sfida di una squadra internazionale di studiosi

 News pubblicata il 20/12/2021
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La Pinna nobilis o Nacchera di mare, uno dei molluschi più antichi del Mediterraneo, che allo stadio adulto può raggiungere anche i settanta centimetri di lunghezza, rischia di sparire completamente dai fondali. Stroncata da una epidemia provocata da un batterio e da un protozoo che, secondo i calcoli dei ricercatori, ha finora distrutto circa il 97% degli esemplari e che procede inarrestabile. C’è poco tempo per intervenire prima della estinzione definitiva e per questo si è mobilitata una squadra internazionale di studiosi di vari Atenei ed istituti di ricerca europei. Professori universitari italiani, spagnoli, greci, francesi, croati i quali cercheranno nei prossimi tre anni di capire se e come c’è possibilità di scongiurare l’estinzione. La ricerca si svolgerà nell’ambito di un progetto Life triennale finanziato dall’Unione europea con 5milioni e 200mila euro. Capofila è l’Università Cattolica di Valencia. La Federico II è parte integrante dell’iniziativa, alla quale contribuisce con i professori Francesca Carella (la coordinatrice del Life per l’Italia), docente di Patologia degli organismi acquatici, Serena Aceto, la quale insegna Genetica, Olga Mangoni, professoressa di Ecologia. Insegnano tutte presso il Dipartimento federiciano di Biologia, diretto dal prof. Gionata De Vico. “A partire dal 2016 nel Mediterraneo - spiega la prof.ssa Carella - si è notata una mortalità di massa della Pinna nobilis. I primi ad accorgersene furono gli spagnoli, poi si è riscontrato il medesimo fenomeno in Grecia, in Francia, Italia. Tra la fine del 2017 ed i primi mesi del 2018 iniziammo a campionare nelle acque campane e verificammo che gli esemplari erano affetti da una micobatteriosi. Nello stesso periodo in Spagna individuarono la presenza di un protozoo. In sostanza, emerse che la moria era determinata da più specie patogene. Il che, inevitabilmente, ci ha portato ad ipotizzare che ci si trovasse di fronte ad una situazione di immunodepressione generalizzata di questi molluschi, tale da indebolirne le risposte immunitarie. Un po’ come accade a noi uomini quando, per esempio in una situazione di stress o forte stanchezza o per l’assunzione di determinati medicinali, il nostro organismo è più suscettibile all’assalto di infezioni opportunistiche”, Il batterio che sta spazzando via la Pinna nobilis dai fondali dei mari italiani, secondo la prof.ssa Carella, potrebbe essere arrivato dalle acque africane attraverso le acque di sentina delle navi. Analoga ipotesi per il protozoo individuato per la prima volta dai ricercatori spagnoli. Non sarebbe la prima volta che succede, d’altronde, che specie aliene sono trasportate a migliaia e migliaia di chilometri da aerei, navi, camion. “Due anni fa - va avanti nel racconto la docente - abbiamo creato un consorzio del Mediterraneo del quale fanno parte Atenei francesi, spagnoli, italiani, greci, croati ed abbiamo chiesto un finanziamento all’Unione Europea per un Life destinato a salvare la Pinna nobilis. Due mesi fa ci hanno comunicato di avere finanziato il progetto”. Prevede varie azioni e diversi interventi. “Io mi occuperò - dice Carella - della parte relativa alla patologia ed allo studio relativo all’aspetto immunologico di questi animali. Altri si faranno carico del monitoraggio, che non è facile perché Pinna nobilis è un mollusco che vive parzialmente immerso nel sedimento e può sfuggire alla vista. Il gruppo degli spagnoli si sta occupando di mantenere questi animali in vasca, per una riproduzione che possa poi essere finalizzata alla reintroduzione nelle aree dove Pinna nobilis è scomparsa. Altri ricercatori cureranno la posa e la gestione di collettori larvali i quali, in mare, raccolgano le larve e ne favoriscano l’evoluzione allo stadio adulto. Ci sarà poi il tentativo di comprendere più a fondo la biologia del mollusco ed i meccanismi di azione degli agenti patogeni, con lo scopo di avviare, almeno in vasca, progetti di somministrazione di medicine le quali potrebbero contrastare la malattia”. Evitare la scomparsa di Pinna nobilis non è solo una sfida scientifica, ma è un’azione fondamentale per la salvaguardia dell’ecosistema marino. “Sono organismi biocostruttori, nel senso che intorno ad essi fiorisce e si sviluppa una comunità di animali e vegetali molto importante. Offre riparo con le sue valve a vari altri organismi marini: alghe, ascidie, spugne. Pinna nobilis è poi associata alle praterie di Posidonia che rappresentano un terreno di pascolo o di riproduzione per molte specie marine. Svolge, poi, un ruolo significativo nella prevenzione dell’erosione costiera perché oppone una barriera meccanica al moto ondoso”. Non trascurabile anche la funzione di filtro e depurazione delle acque marine perché estrae dal mare le sostanze organiche  agendo come una pompa. Salvare questa specie di mollusco, poi, è anche importante per non smarrire il filo della memoria di antichi mestieri e tradizioni marinare. Produce infatti il bisso, una sostanza che, soprattutto in Sardegna, si raccoglieva per la tessitura di abiti ed indumenti. La pratica è ormai scomparsa, sia per la complessità della operazione sia perché Pinna nobilis è da tempo, e giustamente, un animale protetto, ma sarebbe davvero un peccato se sparisse dai fondali del Mediterraneo l’animale grazie al quale quella tradizione è andata avanti per tanti anni.
 
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