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Intervista al prof. David Iacopini, neo Coordinatore del Corso di Laurea in Geologia

Una nuova Magistrale e "una modifica dell'offerta attuale verso indirizzi più attraenti e professionalizzanti"

 News pubblicata il 09/11/2021
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“Ho accettato l’incarico perché lo ritengo un’opportunità per contribuire alla crescita del Dipartimento in cui faccio ricerca ed insegno. È certamente un po’ una scommessa, non avendo una lunga esperienza di attività didattica in questo Paese. Ho perciò apprezzato molto la fiducia che tutto il Dipartimento ha mostrato nei miei confronti. Ovviamente, non sarò solo in questa nuova avventura, perché posso contare sul sostegno e supporto di una Commissione e Segreteria didattica che hanno una lunga esperienza. Spesso si tratta di coadiuvare talenti ed esperienze diverse verso un unico scopo: proporre ai nostri attuali e futuri studenti dei Corsi di Laurea efficienti e di alta qualità. Soprattutto prepararli per i nuovi lavori del futuro che guardano oramai alla gestione delle risorse della terra e dei rischi naturali e a prendere parte attiva alla transizione energetica”, afferma il prof. David Iacopini, nuovo Presidente del Corso di Laurea in Geologia, docente di Geologia strutturale, risponde alle domande di Ateneapoli.
Quali ritiene siano le priorità del suo mandato?
“Parto dalla definizione che riguarda la mia carica: ‘al Coordinatore spetta il compito di coordinare le attività del Corso di Studio, sia negli aspetti progettuali che di realizzazione e verifica e revisione dei percorsi, ai fini di miglioramento alla cui realizzazione provvede tutto il Consiglio di Corso di Studio secondo la propria autonoma organizzazione’. Perciò, secondo lo spirito di questi compiti, con la Commissione per il coordinamento didattico dei nostri Corsi, cercherò di promuovere qualsiasi attività che vada verso quella direzione. Il Consiglio del Corso di Studi sta lavorando alla proposta di una nuova Laurea Magistrale e ad una modifica dell’offerta attuale verso indirizzi più attraenti e professionalizzanti per le future generazioni. Il mio lavoro sarà anche quello di traghettare tali proposte verso un loro compimento e cercare di assicurare unitarietà, stabilità ed efficienza all’organizzazione dei Corsi”.
Un anno fa Geologia toccò il minimo storico di immatricolati. Quest’anno è andata meglio, ma i numeri restano bassi. Secondo lei da che dipende e come potranno essere incentivate le iscrizioni?
“È oramai chiaro che per quanto riguarda le Scienze della Terra vi è un trend in Europa, ma anche nel Nord America, che vede una caduta delle iscrizioni. I motivi sono diversi. Da un lato c’è la percezione delle Geoscienze come scienze legate all’industria petrolifera, che in questo momento è mal vista, per le pesanti ricadute climatiche e per il suo futuro piuttosto nebuloso, nonostante sia stata fondamentale nello sviluppo energetico dell’intero globo per oltre 70 anni. Dall’altro c’è sicuramente lo spazio limitato che viene dato alle Geoscienze nelle scuole secondarie: la loro importanza per il monitoraggio e la mitigazione dei rischi ambientali, lo studio dei cambiamenti climatici, la cultura delle geobiodiversità, ma anche il contributo fondamentale delle Geoscienze nella transizione energetica sono pressoché sconosciute alle giovanissime generazioni. Perciò, questo è il lavoro che dovrà essere fatto da tutta la comunità geologica, incluso il nostro Dipartimento: mostrare in maniera convincente la vera forza interdisciplinare e la centralità delle Geoscienze nello sviluppo del futuro del nostro pianeta e delle nostre società. L’emergere di settori come la geo-ingegneria, geo-biologia, delle tecnologie computazionali nei nostri settori ci devono vedere pronti ed attivi senza tuttavia perdere la nostra capacità di leggere ed interpretare il territorio ed il sottosuolo. Ma anche l’incredibile potenzialità nell’offrire nuove opportunità lavorative e nel formare nuove figure professionali che avranno un impatto sempre maggiore nel settore energetico, ambientale e nella gestione dei rischi naturali. Recentemente, il Dipartimento ed il Consiglio del Corso di Studi hanno lavorato molto, mettendo in campo diverse azioni per fronteggiare il problema del basso numero di immatricolati. Abbiamo costituito una task force di emergenza per potenziare sia la divulgazione attraverso i diversi mezzi dei social network, che la disseminazione delle nostre offerte formative con interventi nelle scuole secondarie. I risultati sembrano lusinghieri, ma bisogna capire se abbiamo veramente invertito la tendenza e continuare a battere verso quella direzione”.
A distanza di un paio di anni dal suo rientro in Italia da Aberdeen, quali sono le principali differenze che ha riscontrato tra l’Ateneo scozzese e la Federico II?
“Le differenze fra i due Atenei constano nel fatto che sono inseriti in Paesi con realtà culturali, amministrative, finanziarie molto diverse. Perciò il paragone è delicato. I punti di forza della Gran Bretagna sono la mancanza di una burocrazia complessa. È ancora una società molto liberale, competitiva e pragmatica. I Dipartimenti sono difatti in competizione sul mercato, e questo ha i suoi pregi ma anche molti difetti. La Gran Bretagna, peraltro, ora non sta attraversando un buon momento, per i motivi che ben conosciamo. Nel nostro Paese il supporto dello Stato è ancora molto forte ed è un bene dal punto di vista sociale e per l’opportunità che questo offre a tutti di poter studiare. La sua azione è ancora insufficiente in termini di investimenti economici, però, e il contributo dei privati purtroppo non è ancora paragonabile a quello che osserviamo nei Paesi del Nord Europa. Questo ci frena molto nella competizione europea. Molte cose, tuttavia, stanno cambiando e il PNRR contiene potenzialmente molte opportunità. Vedremo. Un altro punto di forza del sistema italiano è in media l’ancora ottimo livello culturale dei nostri studenti rispetto agli anglosassoni. A Napoli ho conosciuto ragazzi di talento, molto preparati e molto creativi. E questo è un punto di forza per chi fa ricerca o vuole proporre Corsi di qualità ed alto livello”.
 
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