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News L. Vanvitelli


Si è fatta confusione "nell'interpretazione di due principali parametri: l'indice di positività e l'RT", avverte la prof.ssa Rosanna Verde

Covid e dati: il ruolo della statistica

 News pubblicata il 29/03/2021
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L’epidemia da Covid-19 ha portato con sé un’infinità di dati che, data la loro copiosità, hanno finito per confondere l’utente che ne volesse fruire e per generare una sensazione di smarrimento. Sì, perché il dato, come dice la prof.ssa Rosanna Verde, ordinario di Statistica del Dipartimento di Matematica e Fisica, “deve essere interpretato, non può essere preso così come ci appare e comunicato subito. Questo serve a preservare e garantire la qualità del dato, che è il principio chiave in Statistica”. È per questo che il 17 marzo si è tenuto un seminario, erogato sulla piattaforma Microsoft Teams, dal titolo I dati al tempo del Covid-19. “L’incontro – racconta la prof.ssa Verde – rientra in un ciclo di seminari previsti per l’orientamento in ingresso ed è rivolto principalmente agli studenti degli istituti superiori e a quelli del Corso di Laurea internazionale in Data Analytics (che la docente coordina, n.d.r.), ma naturalmente è aperto a chiunque, dato l’alto interesse e l’attualità delle tematiche affrontate”. Sin dalle prime fasi dell’epidemia, nel marzo 2020, si è riscontrato un grande interesse nei confronti dei dati, ma ad occuparsene sono stati principalmente Istituti di Sanità, come l’OMS, e nel nostro Paese sono stati divulgati unicamente dalla Protezione Civile, senza l’avvalersi di esperti statistici: “nel trattamento dei dati bisogna però considerare tre fattori principali: la qualità del dato, il suo trattamento e la comunicazione. Per essere attendibile, un dato deve essere connesso, attinente e rappresentativo del fenomeno posto sotto analisi. Ad esempio, grande confusione è stata fatta nell’interpretazione di due principali parametri: l’indice di positività e l’RT (il numero di individui che una persona infetta può mediamente contagiare). All’opinione pubblica è arrivato che l’indice di positività corrispondesse al numero di persone infette, ma non è così!”, chiosa la docente. L’infezione da Covid-19 è un fenomeno molto variabile per area geografica, fascia d’età, sesso e professione, “ed è per questo che un indice di positività che rifletta la realtà del fenomeno dovrebbe tener conto dell’alta variabilità dell’infezione”, dice la prof.ssa Verde. I dati principali provengono dal numero dei tamponi effettuati, ma nel nostro Paese chi lo effettua è colui che ha il sospetto di aver contratto il virus o che presenta alcuni sintomi: “ciò significa che tra coloro che effettuano il tampone è più probabile che ci siano positivi. Ad oggi la percentuale dei positivi tra coloro che effettuano il tampone è del 7 per cento, ma attenzione! Ciò non significa che di conseguenza sia positivo il 7 per cento della popolazione, perché questa sarebbe una cosa gravissima”. Quello che manca è dunque un campione, cioè una parte di popolazione che comprenda individui di qualsiasi età, sesso e professione: “sottoponendo questo campione di individui al tampone e traendo da essi il numero di positivi, ci si potrà rendere conto di quanto sia effettivamente incidente l’infezione a livello di popolazione; va da sé che maggiore è il numero di individui compresi nel campione, più attendibile sarà il dato”, spiega la docente. L’Istat (Istituto Nazionale di Statistica) ha anche proposto di affiancare gli epidemiologi e gli Istituti di Sanità nel vaglio dei dati via via occorsi, purtroppo non c’è stato un riscontro positivo dacché l’emergenza è stata gestita esclusivamente dal punto di vista medico. “Credo che in futuro il ruolo degli statistici sia destinato ad essere maggiormente riconosciuto, anche per quanto concerne l’evoluzione del virus e gli sviluppi futuri”, si augura la docente. Oltre al problema della qualità del dato e del suo trattamento, come abbiamo visto, c’è però anche quello della divulgazione e quindi della comunicazione: “molte testate giornalistiche, anche le più attendibili, hanno spesso divulgato dati inesatti, questo perché oggi c’è un’altissima competizione nel campo dell’informazione che porta alla ricerca spasmodica dello scoop: troppe informazioni, tuttavia, corrispondono spesso a nessuna informazione”, dice la prof.ssa Verde. Molti giornalisti oggi seguono dei corsi di formazione in analisi dei dati, “proprio per non gettare dati a caso nell’acervo di parole cui siamo sottoposti quotidianamente, e trasmettere quindi un’informazione attendibile e consapevole”, conclude la docente. 
A un anno esatto dall’insorgenza del virus nel nostro Paese molti sono i progressi compiuti, e l’appello della comunità degli statistici sta forse a dimostrare un’ulteriore presa di coscienza. Sta di fatto che è dalla collaborazione interdisciplinare e dallo scambio di conoscenze che si ottengono i risultati migliori, così come accaduto nella corsa al vaccino, in cui sono confluite le competenze di migliaia di esperti permettendo così di accorciare sensibilmente i tempi di sviluppo di una vaccinoprofilassi. Consentire a esperti statistici di interpretare i dati può contribuire a salvare delle vite e a prevedere il futuro dell’infezione: questo è l’appello della comunità degli statistici cui la prof.ssa Verde appartiene e, in questo scenario, il seminario dello scorso 17 marzo vuole essere un richiamo alla divulgazione intelligente del dato.
 
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