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Il ricordo de "El pibe de oro" al Rettorato della Vanvitelli

Maradona: "talento, umiltà, genio, professionalità, fallibilità"

 News pubblicata il 23/12/2021
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Un anno dalla scomparsa de “El pibe de oro”, un anno dalla tragedia che ha segnato indelebilmente il mondo dello sport e, in modo peculiare, Napoli e i napoletani. Un legame, quello tra Diego Armando Maradona e i napoletani, che è stato in grado (e lo è ancora) di trascendere i concetti di amicizia e famiglia, rendendo il tutto un amalgama commista di misticismo, riscatto, ammirazione e devozione. Un legame rievocato nelle memorie dei personaggi che si sono susseguiti nel corso dell’evento “Giovani e sport: testimonianze su cosa ci lascia Maradona”, che ha avuto luogo lo scorso 25 novembre presso il Rettorato di Caserta. Nell’ultimo anno non è stato raro sentir dire che i larghi tributi concessi all’ex giocatore argentino sono esagerati, ma indagando a fondo ci si può rendere conto di quanto questa valutazione sia poco attenta. Ad aprire l’incontro è stato il prof. Nicola Colacurci, Delegato del Rettore allo sport, il quale ha rimarcato: “il fenomeno Maradona ha insegnato a intere generazioni di giovani il senso della sana competizione e l’accettazione della sconfitta”. Hanno poi preso la parola tre studenti, Agostino Giordano, Renato De Martino e Francesca Cavaliere, tutti e tre al sesto anno di Medicina, che hanno spiegato come Diego sia oggi una sorta di ‘anima della città’ che, pur non camminando più sulla terra, continua a ispirare anche chi non l’ha conosciuto. E deve pur aver significato qualcosa di straordinario, se si pensa alla vittoria del primo scudetto del Napoli, nel 1987. Agostino ha riportato le memorie del padre, quando gli ha raccontato che immediatamente dopo la vittoria, fuori uno dei cimiteri della città comparve uno striscione con la scritta: ‘e che ve sit’ perso!’. Perché Diego, tra tutti, ha avuto un merito: far sì che i sommersi della società trovassero un modo per riscattarsi. Lui, che era venuto fuori dal nulla, dalla povertà estrema del suo paese d’origine dove giocava in un campetto senz’erba e coperto di fango e ghiaccio, ha significato la rivalsa di chi non aveva mai avuto nulla; ha significato una speranza per tutti coloro ai quali era stato insegnato che non serviva a nulla sperare. Ha insegnato non ad essere i numeri 1, come ha chiosato Francesca Cavaliere, “ma ad essere i numeri 10 della società”. E in termini di riscatto, in effetti, corre un brivido lungo la schiena quando, nell’estratto di documentario che è stato trasmesso, la voce de El pibe si fa monito: “credo che i napoletani mi amino perché ho dato loro una ragione per non sentirsi inferiori al Nord, visto che all’epoca il divario era molto più marcato. Di’, hai idea di cosa significa quando una squadra del Sud mette dentro sei goal al signor Agnelli? È una rivoluzione”. Poi, tra piccole polemiche, come quella lanciata dal conduttore di Radio Kiss Kiss Gianluca Vigliotti (la statua di Maradona inaugurata di fronte allo stadio oggi omonimo calcia la palla col destro, mentre il giocatore era mancino), il giornalista di Repubblica Antonio Corbo ha ammonito: “il culto per Maradona non deve diventare come quello tributato ai santi, che si riempiono le strade di statue ed effigi. Maradona aveva dei desideri concreti per la città di Napoli e anche per la sua, ovvero che le zone periferiche venissero riqualificate e che si desse la possibilità ai giovani di giocare a pallone e togliersi dalle strade. Credo quindi che bisognerebbe ripartire dalla riqualificazione delle zone più degradate in nome di Diego, allestendo campetti e siti sportivi che rechino il suo nome. È così che si tiene vivo il suo ricordo, anche se personalmente sono convinto che verrà ricordato vividamente per almeno un secolo”. Poi ha aggiunto: “inoltre devo dire di non essere molto d’accordo con la scelta di cambiare completamente il nome allo stadio di Napoli: Diego è diventato leggenda al San Paolo, quindi credo che il nome sarebbe dovuto essere San Paolo – Maradona”. Ma Maradona ha restituito al suo pubblico anche l’immagine dell’uomo fallibile, dell’essere umano che è per natura imperfetto. “Maradona è stato anche ombra – come ha detto il giornalista de Il Mattino Francesco De Luca – ma sicuramente è stato più luce”. E dato questo insieme di caratteristiche che hanno contrassegnato l’uomo Maradona, risulterà più semplice accettare che “sul piano del valore assegnato alla conoscenza, per i napoletani Maradona è allo stesso livello di San Gennaro. Fa parte della cultura della città”, come ha spiegato Paolo Jorio, Direttore del Museo Filangieri e cofondatore dello storico Te Diegum. Ma è con il prof. Guido Clemente di San Luca, ordinario di Diritto Amministrativo al Dipartimento di Giurisprudenza della Vanvitelli, che si è raggiunta una spiegazione in un certo senso scientifica sul valore dell’ex giocatore per la città di Napoli: “la profondità del rapporto antropologico tra Napoli e Diego Armando Maradona è riscontrabile nel fatto che il 25 novembre scorso è stato come se a ognuno fosse morto un parente. Mio figlio, che non ha mai seguito il calcio e che in curva si portava Topolino, mi chiamò chiedendomi perché stesse piangendo. E la risposta a me parve scontata: Diego ha dato la possibilità a ognuno di noi di riscattarsi, fosse anche solo per il tempo in cui giocava, ma in quel momento ci sentivamo tutti grandi, tutti parte di un gruppo vittorioso per il quale anche la sconfitta aveva il sapore della rivalsa”, ha detto con il suo teatrale e sapiente uso del dialetto. E non solo, ha aggiunto Oscar Nicolaus, docente al Suor Orsola Benincasa e autore del libro ‘A tavola con Maradona: da Napoli a Buenos Aires, ricette e azioni straordinarie del pibe de oro’: “Maradona ci ha insegnato anche che il destino storicamente perdente dei latini non è un processo irreversibile”. E poi la toccante testimonianza di Massimo Vignati, raccattapalle di Diego e figlio dell’ex custode del San Paolo e della governante di casa Maradona: “Ho avuto l’occasione unica di conoscere Diego come giocatore e come uomo, e se siete rimasti folgorati dal giocatore, posso assicurarvi che l’uomo Maradona era anche meglio. Lui è (non era) un napoletano nato in Argentina, e il suo destino è quello di non morire mai”. A chiudere l’incontro poi, dopo la riflessione del commissario tecnico della nazionale di scherma Sandro Cuomo sull’importanza del ruolo delle istituzioni nel far avvicinare i giovani allo sport, è stato Sergio Siano, fotoreporter che ha seguito a lungo Maradona e che ha curato una mostra fotografica in suo onore: “quello che ho capito – ha raccontato – è che Diego era un tipo solitario e soffriva molto per la perdita della propria libertà, perché era braccato giorno e notte. Vedete, in quella povertà dalla quale Maradona proveniva c’era la più grande delle ricchezze: la libertà, la possibilità di essere anonimo”. Spendersi in ulteriori parole riguardo al mito Maradona sarebbe forse imprudente, ma la chiosa adeguata è forse con le parole, non nuove, di Guido Clemente Di San Luca: “Talento, umiltà, genio, professionalità, fallibilità e riconoscimento della fallibilità, lealtà e riscatto sono qualità umane che raramente si trovano tutte nella stessa persona. Maradona le ha incarnate tutte, ecco perché non è grande, ma sarà per sempre il più grande!”. 
 
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