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Polo penitenziario della Federico II: le novità dalla prof.ssa Santangelo, delegata del Rettore

Libri e materiale in dono per allestire una biblioteca e un laboratorio da destinare agli studenti reclusi

 News pubblicata il 23/02/2021
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Libri, manuali, fogli, lucidi e colori per una biblioteca ed un laboratorio didattico a disposizione di studenti particolari, quelli reclusi nel penitenziario di Secondigliano e che frequentano il Corso di Laurea in Sviluppo Sostenibile e Reti Territoriali che afferisce ad Architettura ed è coordinato dalla prof.ssa Laura Lieto. Possono essere consegnati dagli studenti e dai docenti presso la portineria del Dipartimento in via Forno Vecchio. “È una idea - racconta la prof.ssa Marella Santangelo, che insegna Progettazione ed è la delegata dal Rettore Matteo Lorito per il Polo universitario penitenziario - che hanno avuto le nostre tutor Maria Somma, Federica Vingelli e Bianca Rodriguez. Hanno chiesto in prima battuta ai professori di Architettura di donare libri e pubblicazioni che possano essere utili agli studenti di Urbanistica. L’obiettivo è di realizzare a Secondigliano una biblioteca che possa essere un presidio fisso ed un punto di riferimento. I colleghi stanno rispondendo bene e poco alla volta stiamo portando lì il materiale che mano a mano arriva”. Sviluppo Sostenibile e Reti Territoriali è frequentato attualmente da dodici studenti detenuti. Nonostante le difficoltà determinate dalla pandemia, dunque, che per i Corsi di Laurea in carcere sono state ovviamente ancora più complicate da affrontare che per il resto delle attività universitarie della Federico II, la didattica e le attività che l’Ateneo propone ai detenuti di Secondigliano vanno avanti. “Ci sono stati - dice Santangelo - alcuni rallentamenti. Per esempio solo ora ci apprestiamo a partire con il primo semestre del nuovo anno accademico. Abbiamo avuto problemi per alcuni contagi nella sezione di massima sicurezza, che hanno ulteriormente limitato le attività ma che pare ora si stiano risolvendo. Noi, però, come Ateneo ci siamo e proseguiamo. Ci sono gli ingredienti giusti: collaborazione di molti colleghi, entusiasmo dei tutor, impegno di buona parte degli iscritti. Abbiamo continuato a seguirli anche da remoto, hanno frequentato le lezioni in didattica a distanza e sostenuto gli esami da dietro lo schermo. Devo dire che con l’appoggio del provveditorato dell’amministrazione penitenziaria e del direttore di Secondigliano e lavorando sulla piattaforma Teams abbiamo continuato ad andare avanti”. Sono 131 oggi gli studenti della Federico II detenuti nel carcere di Secondigliano, un numero che fa del Polo penitenziario dell’Ateneo il più numeroso tra quelli attivati dalle Università italiane. “Magari - sottolinea la prof.ssa Santangelo - qualcuno degli iscritti si sarà anche perso per strada, proprio come accade al di fuori del carcere, ma mi dicono i colleghi che in generale c’è molta partecipazione e notano grande impegno ed interesse di chi si è immatricolato. Nel 2018, l’anno in cui partì l’iniziativa, avemmo 56 immatricolati, nel secondo anno accademico furono 34. Questa volta si sono iscritti in 41. Come Ateneo, ogni anno mettiamo in campo una ottantina di docenti ed una ventina di tutor, dottorandi e studenti che danno una mano”. Scienze nutraceutiche ed erboristiche (due Corsi di Laurea di Farmacia), Scienze gastronomiche mediterranee (Agraria) sono i tre percorsi di laurea  quanto ad iscrizioni degli studenti detenuti. Poi Sociologia, Sviluppo Sostenibile, Scienze politiche, Giurisprudenza, Economia, Lettere moderne. “L’età media dei nostri studenti - prosegue la prof.ssa Santangelo - è relativamente bassa tra i detenuti comuni. Sale tra gli iscritti all’università che sono reclusi nella sezione di massima sicurezza del penitenziario”. 
È, insomma, una esperienza che la Federico II punta a strutturare e potenziare quella affidata al coordinamento di Santangelo: “Anche perché vorremmo organizzare un secondo Polo. I numeri sono significativi. È un’attività che riguarda il sociale, il diritto allo studio, e ci stimola ad una didattica sperimentale, sempre con l’obiettivo di rilasciare un titolo di studio che non sia di serie b. Da quando siamo partiti ci siamo prefissati questo obiettivo: i laureati in carcere raggiungono il traguardo con percorsi in parte diversi da quelli di chi sta fuori, ma conseguono un titolo assolutamente paragonabile a quello degli studenti non reclusi per quanto concerne il contenuto della laurea. È una impostazione che i detenuti hanno compreso e che condividono”. Conclude con una nota personale: “In questi anni mi ha colpito molto il desiderio dei reclusi universitari di incontrare gli studenti liberi. Un anno fa ci apprestavamo a portare dentro il carcere le ragazze ed i ragazzi dell’Ateneo affinché seguissero alcuni seminari con i loro colleghi agli arresti. Poi, purtroppo, il sopraggiungere della pandemia ha bloccato questo progetto. Lo abbiamo accantonato, ma non abbandonato e, non appena la situazione sanitaria lo renderà fattibile, cercheremo di attuarlo e di dare seguito all’idea di un anno fa”. Nell’ottica di stabilire un ponte tra il dentro ed il fuori, d’altronde, c’era stata già un’altra iniziativa ed era andata a buon fine. Alcuni studenti detenuti avevano preso parte al contest fotografico del Comitato Unico di Garanzia (CUG) dell’Ateneo. Ciascuno dei concorrenti doveva fotografare i suoi luoghi di studio. “I detenuti - ricorda Santangelo - presentarono le immagini delle stanze all’interno del carcere con tavolo e computer. Tre foto molto belle”.
 
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