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L'odissea di una studentessa de L'Orientale in America per un tirocinio Maeci

La corsa contro il tempo di Angelamaria per rimpatriare da New York

 News pubblicata il 30/03/2020
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Non riuscire a rientrare dall’estero in questo momento è la preoccupazione di moltissimi italiani che, per motivi di lavoro, studio o personali, si trovano lontani da casa e dalle loro famiglie. Angelamaria Franconieri, studentessa della Magistrale in Relazioni e Istituzioni dell’Asia e dell’Africa a L’Orientale partecipa al bando MAECI – Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – che, in collaborazione con numerose università italiane, supportato e promosso dalla Fondazione CRUI, le dà la possibilità a gennaio scorso di partire per New York per un tirocinio di 3 mesi presso il Consolato italiano. Un’esperienza personale e formativa di incredibile influenza sul futuro. Entusiasta, non si è lasciata sfuggire l’occasione che si è però conclusa prematuramente a causa dell’emergenza sanitaria che ha iniziato a diffondere le prime grosse cifre di contagiati anche negli Stati Uniti. Il Consolato ha dovuto quindi adoperarsi con misure straordinarie per tutelare i 13 ragazzi italiani presenti in città, impegnati in piccoli gruppi presso il Consolato stesso, l’Istituto di Cultura Italiana e l’ONU, e trovare per loro il modo più sicuro e celere di tornare a casa prima della chiusura dei confini e la cancellazione di tutti i voli da e per l’Italia. “Quando dall’Italia hanno iniziato a diffondersi le prime notizie sul Coronavirus, all’inizio di marzo, al Consolato avevano deciso di organizzare delle riunioni settimanali per tenerci aggiornati. La preoccupazione principale era per i collegamenti aerei, che man mano venivano cancellati, ma che fino ad un certo momento erano rimasti garantiti per Roma e Milano”. Angela racconta di come la situazione a New York rimanesse di fatto tranquilla, nulla sembrava suggerire la gravità di quello che invece i mezzi di informazione italiani descrivevano. Nel giro di un paio di settimane, però, le riunioni diventano incontri giornalieri: “la situazione iniziava a farsi più tesa. Il Console generale, il dott. Francesco Genuardi, e il suo team informano sulla probabile chiusura dei confini da parte degli Stati Uniti e la cancellazione di tutti i voli fino al 30 aprile. Un grosso problema per noi, con il visto in scadenza il 12 aprile,  un’assicurazione sanitaria senza copertura di alcuna spesa per il virus e probabilmente nessun alloggio, visto che nell’ultimo periodo avevano anche smesso di fittare stanze o appartamenti agli italiani”. Primi stati di agitazione in città, con la ormai nota razzia di mascherine e gel igienizzanti. Così, giovedì 12 marzo, il programma di rimpatrio organizzato dal Consolato si fa concreto: sono rimasti pochissimi voli assicurati per l’Italia, solo tre quella settimana, e tutti i posti già interamente prenotati. Grazie alla collaborazione con la compagnia di volo Alitalia, il Consolato riesce a trovare collocazione ai 13 italiani. Sono le 11.30 del mattino, i ragazzi stanno svolgendo le loro consuete mansioni ma devono abbandonare i loro impegni, tornare immediatamente a casa per preparare una valigia veloce e prendere il volo delle 17. “Mi sono ritrovata ad impacchettare tre mesi di vita in 40 minuti sotto shock per i tempi ridotti e le modalità con cui tutto stava succedendo”. Inizialmente i ragazzi credevano che il costo del volo fosse coperto dal Consolato, dalla Fondazione CRUI o dalle università, invece è ricaduto tra le loro spese, insieme a mesi di affitto di case lasciate anzitempo e biglietti di ulteriori mezzi di trasporto per raggiungere casa da Roma. “Siamo atterrati a Roma, ancora senza parole per quello che stava succedendo. All’aeroporto  la gente ci fissava, ci guardava male come se stessimo commettendo un reato. Adesso lo capisco, ma in quel momento noi tornavamo da un posto in cui la vita aveva continuato a procedere normalmente, senza restrizioni di alcun tipo”. Angelamaria è piuttosto delusa “dall’assenza istituzionale dell’università. Non una chiamata, non una mail per rincuorarci o consigliarci” perché in questi momenti diventa importante sentirsi le spalle coperte dalle istituzioni cui facciamo riferimento. Adesso Angela si trova nella sua casa in Calabria, in un paesino a sud di Vibo Valentia, in auto-quarantena per tutelare se stessa e i suoi familiari: “in America un tampone per il Covid-19 costa anche 1500 dollari. Non sono molti quelli che se lo possono permettere, né quelli che pur facendolo possono poi assumersi i costi del ricovero. Per quanto mi riguarda mi sento bene, ma continuerò a stare molto attenta. Seguirò le lezioni on-line, al passo con i miei colleghi, aspettando che tutto torni alla normalità”. 
 
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